“Autopsy”, film horror diretto da André Øvredal, possiamo catalogarlo senza troppi problemi in quel limbo dove tantissimi film del suo genere sono finiti: “bello, fatto bene, ma.”
Con questa piccola introduzione, chi mastica di film dell’orrore ha già capito. Il film si presenta con una buona fotografia, una scelta cromatica ben gestita, e si capisce fin da subito il mood della storia, incentrata tutta all’interno dell’obitorio. La prima parte di film è ottima, introduce, ambienta e scalda l’atmosfera. Quell’obitorio silenzioso che odora di morte, suggestiona e promette bene. Il giocattolo si rompe nella parte centrale: tutto quel che c’è di buono, costruito con logica prima, va un po’ tutto in fumo. Diciamo che quando ci si trova davanti una direzione, o almeno è quella che ci si aspetta, buttare tutto sui mostri, sangue e allucinazioni fa perdere fascino. Una parte centrale lasciata un po al caso, che perde il senno sul proprio filo logico e si lascia tentare dall’horror becero. Il vero problema è proprio questa non comunicazione tra la storia e quello che viene messo in scena: troppe forzature, troppa confusione tra una sequenza e l’altra. Non è chiaro. Sembra che ad un certo punto quelle scene dovessero essere girate per forza e se la storia si adattava, bene, sennò è uguale tanto ci sarebbero state comunque. Arriva il terzo atto che riesce a mettere qualche pezza e regale un buon finale ma senza cambiare troppo le carte in tavola. Bravissimi gli attori, anche se una nota di merito va al cadavere: perfetto, e fare un morto per un’ora e mezza di film non facile.

“Autopsy” genera grandi aspettative nello spettatore, con un mood molto Cronemberghiano indirizzato al body horror, e con la giusta tensione suscitata fino a inciampare da solo perché ha cercato di fare il passo più lungo della gamba. Insomma, “bello, fatto bene, ma.”

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