Uscirà il 23 maggio il secondo film della serie Star Wars Anthology, una serie di film a sé stanti ambientati nell’universo di Guerre stellari. Dopo Rogue One adesso tocca a Solo, uno spin off dedicato alle vicende del personaggio di Han Solo. In questo film c’è tutto quello che doveva esserci, ed il problema è proprio quello: c’è anche troppo. Han che va in guerra da recluta imperiale (e si strizza l’occhio alla Grande Guerra, con le trincee spaziali), bellissimo. Ci viene mostrato l’incontro con Chewbecca, e i due se le danno anche di santa ragione prima di diventare amici, fantastico. La prima volata col Millennium Falcon, brividi. La famosa partita a Sabaac contro un perfetto Lando Calrissian, interpretato da Donald Glover, emozionante. Si, d’accordo, ma poi? Tutto il resto è noiaBanalità, clichè su clichè, scambi di battute di dubbia profondità, forzature. E il più grande rimpianto, è che si comincia ad andare veramente a rotoli nell’ultimo atto, perché fino a 2/3 circa, nel bene e nel male, il film si portava la pagnotta a casa. Creare legami con gli altri capitoli (forzati tra l’altro) non è un obbligo. Cercare di fare il finale sconcertante non è una regola. Il film azzarda, ma poco e solamente alla fine. A questo punto non azzardare proprio, no? Alden Ehrenreich come Han Solo non è il problema: il problema è Harrison Ford. La prova attoriale non è da buttare per niente, ma confrontarla con il carisma di Ford è futile. Alla fine dei giochi una sola sequenza è deliziosa dall’inizio alla fine: la già citata “Rotta di Kessel” ne Nuova Speranza. Anche Ron Howard in cabina di regia non ha fatto granché, più che altro conoscendo le sue potenzialità. In sintesi Solo: A Star Wars Story finché gioca dentro la fan zone emoziona e diverte, appena fa la voce grossa inciampa da Solo.