La sinossi del film è già abbastanza chiara a chi si è perlomeno interessato alla sua esistenza. Nell’atto finale del secondo ciclo cinematografico dedicato ai mutanti del Prof. Xavier, ormai accettati dalla società e dediti (o costretti, quasi) a mantenere questo status attraverso grandi imprese per il popolo americano, una terribile minaccia nascerà proprio al loro interno.




L’ascesa della Fenice, un potere troppo grande, in una mente troppo fragile. La trama si mantiene piuttosto lineare e scevra di climax, portandoci attraverso i drammi personali di Jean Grey (Sophie Turner) e di chi intorno a lei è costretto a fare i conti con l’instabilità della sua forza, senza mai riuscire ad emozionare veramente, e il confronto con gli antagonisti di turno si rivela un mero espediente narrativo poco approfondito. Anche l’impatto visivo e il coinvolgimento nelle sequenze d’azione rimane poco convincente, con poche scene sufficientemente appaganti, che non trasmettono il senso di un conflitto che possa chiudere quella che era comunque una tra le più riuscite saghe di supereroi per il grande schermo. L’atmosfera tipica degli X-men rimane invariata e il tutto è di per se gradevole e senza grosse sbavature, ma il risultato finale tradisce comunque le aspettative di chi da questo ultimo capitolo si aspettava ( lecitamente) qualcosa di più. Un finale di saga che si rispetti dovrebbe suggerire nello spettatore una forma di sottile dispiacere all’idea di personaggi che non si rivedranno più, per lo meno non in quella stessa forma. Invece “X-Men: Dark Phoenix” agisce in maniera esattamente contraria.
Il caso X-Men ora è nelle mani della Disney, si ricomincia.