Al bar dello sport è un film del 1983 diretto da Francesco Massaro e con protagonisti Lino Banfi e Jerry Calà.
Il film produsse un fatturato di 666.865.000 di lire.
Tutti noi ricordiamo il famoso Juventus Catania, fino 1-2 dove Lino Banfi comincia ad esultare come un bambino. Queste scene sono rimaste impresse nella memoria di tutti. Nel sul libro “Una vita da libidine”Jerry Calà ha voluto raccontare la realizzazione di questa pellicola parlando all’inizio del fatto che non voleva girarlo.
Dopo Sapore di mare il mio futuro prevedeva un contratto che mi legava alla Dean ancora per un certo numero di film, il primo dei quali era una pellicola in coppia con Lino Banfi. Anche Lino era stufo del solito cliché in cui era stato rinchiuso, quello del pugliese buffo e del marito cornuto. Ammiravo molto Banfi e l’idea di lavorare con lui mi esaltava. C’erano tante cose che mi avrebbe potuto dare artisticamente, e altrettante che io avrei potuto dare a lui. Da quello scambio sarebbe nato un film, Al bar dello sport, che già aveva tutte le carte in regola per essere un successo. C’era solo un problema: leggendo il copione mi resi conto che il mio personaggio era muto.
«Cosa? Siete pazzi?», dissi ai produttori. «C’è tutta l’Italia che parla come me, che dice libidine e doppia libidine, prooova, capìttooo! Tutti si aspettano il prossimo tormentone. E io dovrei fare un film muto?»
Fui irremovibile, anche quando mi fecero notare che avevo già firmato il contratto per il blocco di film che mi impegnavo a girare. Niente da fare, continuai a dire di no.
L’attore ha spiegato poi l’opera di convincimento
Vennero a trovarmi a casa gli sceneggiatori – i quali tra l’altro erano anche amici – Enrico Oldoini ed Enrico Vanzina, che cercarono di farmi capire che sarebbe stata una grande occasione per dimostrare che sapevo recitare anche senza raccontare stronzate. Erano amici, appunto, e con loro parlai chiaro: «Se faccio il muto faccio soprattutto un favore a Banfi che può dire tutte le sue battute conquistando il pubblico. E io? Sto lì a fare due faccette? Non se ne parla. No». Per non presentarmi agli incontri che la produzione continuava a fissare mi detti persino malato, spalleggiato da Mara Venier, con la quale convivevo e che rispondeva al telefono con la voce preoccupata: «Ah… Jerry ha un febbrone, non può assolutamente uscire di casa!»
Alla fine mi sfransero talmente le palle che dissi di sì. Pretesi però che l’handicap del personaggio fosse alleggerito: era diventato solo muto, e non sordomuto, dopo uno choc, e per questo era stato soprannominato «Parola». E alla fine del film recuperava la voce.
Ecco come si è preparato al ruolo:
“Decisi di affrontare la prova in modo superprofessionale, all’americana. Mi preparai secondo il metodo Strasberg! Presi contatto con un gruppo di ragazzi sordomuti per studiare il loro modo di comportarsi, di vivere e di esprimersi. E mi vidi a raffica Straziami ma di baci saziami, il film in cui Ugo Tognazzi recitava la parte di un sarto muto.
Una delle prime volte i ragazzi sordomuti vennero a casa mia per conoscermi. Mara era gelosissima di me, e francamente aveva ragione a esserlo! Ero un po’ troppo birichino… I ragazzi suonarono al citofono. Mara andò a rispondere: «Chi è?»
Nessuna risposta, ovviamente. Allora Mara esplose: «Ecco, te o vedi! Sarà una delle tue sciacquette che la viene a sonar el campanel e la scapa perché ga sentio la mia voce… Perché tu… tu… tu sei un puttanier!»
Almeno quella volta ero innocente, e cercai di difendermi da quelle accuse. Suonarono di nuovo, mi affacciai e vidi quel gruppetto di ragazzi sordomuti che faceva grandi gesti per farsi aprire il portone.
«Mara! Che figura di merda che mi hai fatto fare!»
Anche lei era imbarazzata; corse giù ad accoglierli e non sapeva più cosa fare per farsi perdonare da loro e da me”