Dopo più di vent’anni di tira e molla, inizi e rifacimenti, Terry Gilliam ce la fa e porta a compimento il suo Don Chisciotte.

Noto per essere uno degli esempi più estremi di development hell della storia del cinema con ben otto tentativi di realizzazione, L’uomo che uccise Don Chisciotte si porta dietro una lunga storia: la pre-produzione del film venne avviata per la prima volta nel 1998, con Jean Rochefort come Don Chisciotte e Johnny Depp nel ruolo del co-protagonista Toby Grisoni. Le riprese cominciarono nel 2000 in Spagna con un budget di 32 milioni di dollari, ma, a causa di vari contrattempi e problemi finanziari, della distruzione di alcuni set e materiali dovuta a un’alluvione improvvisa e dell’abbandono di Rochefort per problemi di salute, il film venne cancellato in fase di riprese. Il materiale girato fu poi riutilizzato per la realizzazione del documentario Lost in La Mancha (2002), che ripercorre le vicende della travagliata produzione del film.




In seguito al fallimento del progetto, Gilliam perse i diritti della sceneggiatura, recuperandoli solamente nel 2006. Tra il 2006 e il 2016, la pre-produzione ricominciò a più riprese, con periodici cambiamenti nel cast e nella sceneggiatura: Robert Duvall, Michael Palin e John Hurt si succedettero nel ruolo di Chisciotte, mentre Depp, Ewan McGregor, Jack O’Connell e Adam Driver in quello di Toby. Tuttavia i tentativi di Gilliam si rivelarono puntualmente fallimentari a causa delle difficoltà a finanziare nuovamente il progetto e al conciliare la disponibilità degli attori. Nel 2017 il film riuscì definitivamente ad entrare e a completare con successo la produzione, con Jonathan Pryce nel ruolo di Chisciotte e Driver nuovamente come Toby.

Nell’opera che finalmente siamo riusciti a vedere c’è, com’è inevitabile che sia dopo tutti questi anni di sforzi, tanto sentimento e tanto di Terry Gilliam. Il regista americano, celebre artefice di pellicole come Brazil (1985), La leggenda del re pescatore (1991), L’esercito delle 12 scimmie (1995) e Paura e delirio a Las Vegas (1998) riafferma con L’uomo che uccise Don Chisciotte il suo stile visionario ed eclettico, creando un film quasi tridimensionale, da interpretare sotto diversi livelli. Il punto di partenza è il romanzo seicentesco di Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, ai cui personaggi Gilliam lega tante trame e sottotrame, in un mix di attualità e storia. 

Ed ecco che troviamo Toby (Adam Driver), un geniale ma anche cinico regista di spot che si trova su un set spagnolo in cui sta lavorando su un soggetto legato a Don Chisciotte. L’incontro con un gitano che vende dvd pirata di film ambientati in Spagna gli fa ritrovare la copia di una sua opera giovanile girata in un paesino poco distante e avente lo stesso tema. Con quel lavoro aveva creato numerose aspettative negli abitanti, non tutte andate a buon fine. Deciso a rivivere un po’ quegli anni giovanili, Toby si troverà mischiato in avventure impensabili e folli, in compagnia del valoroso Don Chisciotte.




Il film parte bene, creando una bella atmosfera umoristica, con una ‘stranezza’ intrigante. Pian piano che la storia si sviluppa, risulta più difficile stargli dentro e seguirla, perché riempita di qua e di là di tanti (troppi) avvenimenti situazioni e personaggi sempre più paradossali e spesso confusionari. Uno stile molto prolisso ma allo stesso tempo ironico accompagna la pellicola per tutto il tempo, con un minutaggio che, bisogna ammetterlo, non trascorre proprio veloce.

In bilico tra fantasia e realtà, L’Uomo che ha ucciso Don Chisciotte potrà essere apprezzato da un pubblico già abituato allo stile di Gilliam e aperto a questo tipo di visionarietà, altrimenti, adiós, cambiate genere.