La scomparsa di Paolo Villaggio lascia un vuoto in ognuno di noi. Chi non ha mai visto uno dei film del ragionier Fantozzi? O chi uno di Fracchia? Eppure personalmente ciò che ho visto quando ero un bambino si è dimostrato essere totalmente diverso quando ho rivisto quei film da adulto.

Parliamoci chiaro, chiunque davanti a scene epiche come “il palo”o “pinaaaaaaaaaaaaa”o alle classiche battute erotiche è morto dalle risate, ma rivederle da occhi di un trentenne che si è appena buttato nel mondo del lavoro, queste scene e sopratutto questi film sono molto tristi.




Paolo Villaggio, Milena Vukotic (S) e Mara Venier durante una puntata di Domenica in , Roma 22 settembre 2002 DANILO SCHIAVELLA/ANSA

Fantozzi ha rappresentato lo stereotipo del dipendente statale con il posto fisso degli anni 70, pagato normalmente che attende l’orario di chiusura come se fosse una gara dei 100 metri piani al passo di Usain Bolt. Ha una famiglia apparentemente normale, va al lavoro con i mezzi, possiede la classica 500 di quegli anni e lavora solo lui per tutta la società. La visione dell’azienda non è mai stata così reale, ha anticipato tutti, aggiungendo la comicità e il surrealismo.

Non solo, è stato in grado di descrivere tutte le caratteristiche dell’Italiano Medio di quel periodo, dall’attaccamento alla nazionale, alla classica pasta corposa durante i pranzi. Ci ha fatto capire a noi bambini cosa voleva dire realmente lavorare in un posto statale, sognando forse quella stabilità economica che nessuno di noi adesso possiede.

Paolo Villaggio in una scena di ” Fantozzi il ritorno ” di Neri Parenti, nono film della serie dedicata alle disavventure del popolare ragionier Ugo, presentato a Roma nel 1996 ANSA

Con Paolo Villaggio se ne va uno dei pochi attori comici italiani. Se tanti sono gli attori “da commedia”, i comici si contano sulle dita di una mano: Totò, Franco Franchi, Villaggio appunto… Dopo una fortunata carriera nel cabaret e alla televisione (dove aveva indossato i personaggi del sadico professor Kranz e del sottomesso impiegato Fracchia, ottenendo subito una grande popolarità), Villaggio entrò nel cinema dalla porta principale. Nel 1970 fu l’alemanno infanticida in Brancaleone alle Crociate di Mario Monicelli; poi lo si vide a fianco di Vittorio Gassman in due film (Senza famiglia, nullatenenti cercano affetto e Che c’entriamo noi con la rivoluzione?) e, nel 1974, in Non toccare la donna bianca di Marco Ferreri. Fu semmai dopo il primo Fantozzi, diretto da Luciano Salce quando l’omonimo libro di Villaggio diventò un best-seller, che l’attore si convertì decisamente al cinema nazional-popolare, capitalizzando un successo destinato a crescere nei decenni seguenti.

Villaggio alternò il ruolo principale adattandosi al gioco di squadra: soprattutto negli anni Settanta, allorché nel nostro cinema imperversavano la commedia corale e quella a episodi: vedi (continuamente riproposti in tv) I pompieri, Missione eroica i pompieri 2, Scuola di ladri, Scuola di ladri parte seconda, Rimini Rimini ecc.




Successivamente  fu diretto da Federico Fellini, nel 1989 nella Voce della luna, all’Ermanno Olmi del Segreto del Bosco Vecchio (1993), fino a Cari fottutissimi amici (1994), di nuovo con Monicelli.

Ebbero meno fortuna, invece, altre varianti del suo repertorio comico, quali Professor Kranz tedesco di Germania (con Salce) e un paio di Fracchia diretti da Neri Parenti.

A Paolo Villaggio non sono mancate le soddisfazioni in vita, dal David di Donatello come miglior attore protagonista per il film di  Fellini al Leone d’Oro alla carriera (1992), dal Nastro d’argento per Il segreto del bosco vecchio al Pardo d’onore a Locarno (2000). Difficile dar conto in poche righe della sua attività di scrittore satirico o delle incursioni sulle scene teatrali, tra cui un memorabile Avaro (1996) e l’autobiografico Delirio di un povero vecchio (2000-2001). Ma sarebbe colpevole non ricordare la sua amicizia con Fabrizio De André, risalente agli anni in cui erano ragazzini e che produsse due canzoni memorabili come Il fannullone e Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers (testi di Paolo, musica di Fabrizio).

Menzione speciale per “IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO” che secondo il mio modesto parere da blogger rimane uno dei preferiti sopratutto con la parte finale.