Negli speciali DVD del film Sapore di Mare, il cult dei Vanzina uscito negli anni ’80, è presente uno speciale di Jerry Calà dove commenta il finale commovente del film. Lo stesso commento era stato fatto dall’attore su un post su facebook:

Sapore di mare per me fu un film molto importante perché mi fece capire una cosa: potevo fare dell’altro. Ricordate tutti il finale che dopo tante risate faceva provare un brivido di commozione al pubblico? C’è un salto di vent’anni rispetto al resto della storia, siamo ai giorni nostri (cioè a quelli di quando fu girato il film, ovvero i primi anni Ottanta). Con sotto Celeste nostalgia, la canzone di Cocciante, io, truccato e invecchiato, non riconosco Marina Suma che mi viene a salutare. Dopo le mando un biglietto di scuse che lei legge mentre io faccio uno sguardo in una scena che Carlo Vanzina ha girato con un espediente imparato da Sergio Leone: carrello avanti e zoom indietro. Abbasso lo sguardo che poi si alza per perdersi nel nulla, mentre Marina Suma mi guarda da lontano. In quel momento, vent’anni dopo, entrambi pensiamo a tutto ciò che è stato e a quello che non è stato e che sarebbe potuto essere se...”Mi sentivo dunque in grado di fare qualcosa di più, magari provare il cinema che non subiva mai attacchi gratuiti da parte della critica, come invece succedeva con i lavori miei e degli altri comici; uno di quei film che se vanno male non è perché sono brutti o poco interessanti, ma perché «il popolo bue non capisce». In seguito ho fatto «qualcosa di più», lavorando con Pupi Avati e Marco Ferreri, ma tenendo sempre ben presente chi ero e da dove venivo…

Lo stesso poi ha aggiunto:

“Mi ricordo che, finita la scena, l’operatore alla macchina venne da me e mi disse: «Jerry, hai fatto uno sguardo che… Pensaci! Tu puoi fare anche dell’altro!» Lo ringraziai, credendo fosse un complimento come tanti.

Invece alla prima del film ebbi una conferma. Seduto accanto a me c’era Carlo Verdone. Durante il finale, davanti a quello sguardo, Carlo mi strinse il ginocchio e mi sussurrò una cosa che suonava come un insulto, ma che era il più grande complimento: «Che fijo de ’na mignotta…».

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