Sono passati 23 anni da quel tragico evento che sconvolse le menti di molti sportivi e non solo. Esattamente il primo maggio durante il gran premio di San Marino moriva l’eroe di tutti, il pilota brasiliano AYRTON SENNA. Era stato un weekend maledetto perchè già nelle prove del venerdì e sopratutto il sabato si erano verificati degli eventi molto tragici.  Sin dalle prove del venerdì, infatti, il Gran Premio è stato funestato da vari incidenti che hanno visto il ferimento di Rubens Barrichello al venerdì, la morte di Roland Ratzenberger il sabato e di Ayrton Senna la domenica, oltre al ferimento di alcuni meccanici a causa della ruota persa dalla Minardi di Alboreto in uscita dai box, e di vari spettatori assiepati in tribuna, colpiti dai detriti staccatisi dalle vetture di Pedro Lamy e JJ Lehto, entrati in collisione al via. La gara è stata poi vinta dal tedesco Michael Schumacher, al 5° successo in carriera, su Benetton, seguito dal ferrarista Nicola Larini e dal finlandese della McLaren Mika Häkkinen.






Venerdì

Le prove del venerdì furono segnate da un terribile incidente occorso al pilota Rubens Barrichello. La Jordan del brasiliano, a causa del cedimento della sospensione posteriore sinistra e della velocità troppo elevata, andò in testacoda alla Variante Bassa, passò di traverso sul cordolo esterno che fece come da trampolino, facendo decollare la vettura che volò al di sopra delle gomme a bordopista, contro le reti di protezione; l’auto rimbalzò poi all’indietro, si cappottò un paio di volte e terminò la sua corsa ribaltandosi. I soccorsi furono immediati e venne esposta la bandiera rossa. Barrichello, inizialmente privo di conoscenza, riprese i sensi grazie agli sforzi dei medici di pista, per essere poi trasportato al centro medico e in seguito all’ospedale. Il giorno successivo si ripresentò nel paddock, con una frattura al setto nasale, tagli alla bocca, un braccio fasciato, una costola incrinata ed una leggera amnesia, non potendo quindi prendere parte al resto dell’evento.







Sabato e domenica

Nella seconda giornata di prove, sabato 30 aprile 1994, la Simtek del pilota austriaco Roland Ratzenberger, impegnata in un giro lanciato nel tentativo di abbassare il suo tempo di qualificazione, mentre affrontava il rettilineo all’uscita della curva Tamburello, subì la rottura dell’ala anteriore. Ciò fece perdere deportanza alla vettura, che di fatto non riuscì più a curvare.

La monoposto uscì quindi di pista e si schiantò a circa 306 km/h contro il muro esterno della successiva curva, intitolata a Gilles Villeneuve. Nel fortissimo impatto la cella di sopravvivenza dell’abitacolo resse abbastanza bene, ma la decelerazione fu tale da far perdere immediatamente conoscenza al pilota, provocandogli una frattura della base cranica. La gravità della situazione fu subito manifesta, dato che, mentre il relitto della vettura continuava ad andare in testacoda, per poi fermarsi in mezzo alla curva Tosa (successiva alla Villeneuve), si vide la testa del pilota oscillare mollemente ed appoggiarsi ai bordi dell’abitacolo.






Venne subito dato l’allarme e fu esposta la bandiera rossa. I soccorsi furono tempestivi e in due minuti i medici, diretti dal dottor Sid Watkins, intervennero sul pilota, dapprima nell’abitacolo della vettura, poi estraendolo e distendendolo sul terreno: Ratzenberger era privo di sensi e perdeva sangue dalla bocca e dal naso. Gli venne praticato un massaggio cardiaco e, poco dopo, fu trasferito in elicottero all’Ospedale Maggiore di Bologna, dove spirò sette minuti dopo l’arrivo al pronto soccorso, per le conseguenze della frattura della base cranica.

Secondo la ricostruzione più accreditata, sembra che la vettura, durante il giro di lancio, avesse toccato male un cordolo con il muso, e che avesse quindi riportato una rottura del supporto dell’ala anteriore, non ravvisabile fino al momento in cui, a causa del forte carico aerodinamico, l’alettone stesso si spezzò definitivamente. Tale momento fu immortalato dalle telecamere Rai poste presso la curva del Tamburello: nella registrazione di una di esse, poco dopo il passaggio della Simtek numero 32, si intravede un pezzo di flap volare in mezzo al tracciato.

Secondo le leggi italiane, l’autodromo sarebbe dovuto andare immediatamente sotto sequestro a causa dell’incidente mortale, per consentire al pubblico ministero competente di effettuare i rilievi. I medici, però, riuscirono a riattivare il cuore di Ratzenberger, il quale morì poi poco dopo l’arrivo in ospedale. Il decesso avvenne quindi al di fuori del circuito: pertanto il giorno seguente la gara si disputò regolarmente.






La morte di Ratzenberger, la prima dopo quella di De Angelis nel 1986, e la prima dal 1982 in un evento ufficiale (Paletti al Gran Premio del Canada), fu un trauma per l’ambiente della Formula 1. Alla ripresa delle prove, Ayrton Senna e i piloti Benetton e Sauber decisero di non effettuare altri giri. La pole position fu conquistata da Senna, seguito da Michael Schumacher e Gerhard Berger. Il tempo di Ratzenberger gli avrebbe consentito di partire in ultima posizione; la Simtek pensò anche di ritirare l’auto superstite (pilotata da David Brabham) dall’evento, lasciando spazio alla Pacific di Paul Belmondo, non qualificata. Ma Ecclestone riuscì a convincerli a prendere comunque parte alla gara e il posto che Ratzenberger era riuscito a conquistare in griglia fu lasciato vuoto alla memoria del pilota austriaco.

Senna, che ottenne la pole, volle poi andare personalmente, con una macchina dell’organizzazione, a verificare lo stato della pista nel punto dove era avvenuto l’incidente. Per questo venne sanzionato dalla Federazione.

 

Era rimasto talmente scosso dalla tragedia di Ratzenberger da aver collocato nell’abitacolo della sua Williams il giorno della gara una bandiera austriaca: l’avrebbe sventolata nel giro d’onore, in omaggio al pilota austriaco, qualora avesse vinto il GP. Voleva vincerlo. Aveva finalmente fatto modificare durante la notte dai suoi meccanici il piantone dello sterzo della sua Williams, così che gli risultasse più facile guidare senza tenere i polsi troppo piegati come era stato costretto a subire nelle prime tre gare dell’anno per via di un abitacolo scomodo.






Purtroppo Ayrton non avrebbe sventolato mai quella bandiera austriaca. Erano le 14.17 del 1 maggio di 23 anni fa, il 1994. Quando la Williams-Renault di Ayrton Senna si schiantò alla curva del Tamburello di Imola uccidendo quello che era l’uomo al volante più veloce al mondo. Di quell’incidente, nel corso di tanti anni, abbiamo saputo tutto. Dal piantone dello sterzo che si è rotto, all’impatto devastante contro il muro di cemento del Tamburello calcolato dalla telemetria di bordo a 211 km orari, fino alla incredibile e drammatica causa reale della morte di Ayrton. È stata una fatalità bruttissima, perché sarebbe bastato che la scheggia della sospensione che si staccò dall’autovettura andasse 15 cm più sopra o più sotto e il pilota sarebbe tornato ai box a piedi. La fortuna di Senna era finita poiché il pezzo di macchina perforò la visiera del casco uccidendolo. Dalle immagini televisive ci fu un iniziale sollievo vedendo il pilota muovere leggermente il capo dopo l’impatto, ma era soltanto un’illusione , perché l’elicottero prima e il comunicato poi, spensero tutte le speranze.

Il mio personale ricordo è quello di un bambino di 10 anni che si trovava a giocare con i suoi familiari quando la radio che trasmetteva il gran premio rivelò la notizia. L’apprensione fu tanta e le domande anche: “No, non può morire SENNA, non può morire il più grande di tutti, deve vincere anche questo campionato ora che è passato alla Williams ed è attaccato dal futuro campione Schumacher…”. Invece al mio ritorno a casa la brutta notizia, le immagini e il mio eroe che era morto, se ne era andato, e fu il mio primo dramma sportivo dell’infanzia.

Voglio ricordare la sua più bella frase, sul perché correva, aveva bisogno di emozioni….