Scorsese festeggia il nuovo anno portando a termine un film che rincorreva da molti anni: se si conosce la filmografia del regista infatti, tra thriller psicologici e gangster movie, troviamo già due film che accarezzano la religione (“L’ultima tentazione di Cristo” e “Kundun”).
Ed ecco cosi che dopo questi due film che fanno d’anticamera, si arriva a “Silence” in uscita il 12 gennaio. “Silence” racconta la storia di due missionari cristiani che decidono di partire per il Giappone alla ricerca del loro mentore, in un momento in cui il cristianesimo è stato messo fuori legge e la loro presenza proibita.
È un film molto impegnativo di cui è difficile parlarne; dura due ore e mezzo che sembrano quattro ma non perché noioso, bensì perché lento, angosciante e a tratti frustrante, come il percorso del protagonista, che ritrovandosi in questa realtà a lui sconosciuta, diventa un silenzioso portatore di fede e di speranza nei piccoli villaggi Giapponesi fino a doversi confrontare con una religione diversa che lo metterà a dura prova sia dal punto di vista fisico che psicologico facendolo diventare in un certo senso un nuovo Cristo (anche l’aspetto lo suggerisce). La prima metà del film è cupa, cruda, tiene alta la tensione ed è molto più scenica, sia per fatti narrati che per ambientazione. La seconda invece scala le marce e diventa più personale e riflessiva: lascerà più spazio al dialogo, e quindi al confronto, con il Buddismo e con il proprio senso di fede. Inaspettatamente, Scorsese rimane più sobrio e non si lascia andare con la violenza, anzi, la dosa da bravo maestro che è, mostrandola solo quando serve per fini narrativi.
Non c’è violenza gratuita. Andrew Garfield si mette a dura prova e riesce, nel complesso, ad essere molto convincente, soprattutto nella seconda parte dove si richiedeva più impegno. “Silence” è un film d’andare a vedere con la mente libera, da soli (estremizzando un po), poiché molto riflessivo e basato su un percorso interiore che seguiremo in modo molto vivido. Quella nebbia ricorrente, che troviamo nei villaggi Giapponesi, è un riassunto del film: è difficile vedere nitidamente cosa vuole dire davvero Martin, o meglio, è difficile assimilare certe dinamiche religiose, sociali e politiche che hanno da sempre caratterizzato il mondo, e che lo fanno tutt’ora. Se cercate un film alla “The Revenant” dove c’è una storia da seguire condita con una regia particolare, una scenografia mozzafiato ed un montaggio lento ma visivamente potente, avete sbagliato. “Silence” ha comunque un lato tecnico impeccabile, ma che non ha lavorato per mettersi in mostra bensì per amalgamare meglio il percorso spirituale da raccontare. Si parla di emozioni, di umanità, e di quanto lontano può arrivare la religione prima che essa diventi fede, al di fuori di tutto. Non è un film che ha bisogno di mettersi in posa per farsi bello, ecco. 
 
Piccola nota: Scorsese si conferma ancora una volta tra i migliori di sempre. Oggi ci parla di spiritualità, di cammino dell’uomo attraverso la religione, ieri invece ci faceva vedere Di Caprio che lanciava nani per divertimento. Che mattatore.
 
                                             Recensione di Massimo Bulgarelli