Una delle icone degli 80 compie gli anni oggi. 57 anni per Boy George. 




Autore di canzoni (soprattutto dei testi) e icona culturale a tutto campo, giunto alla celebrità, negli anni ottanta, col suo primo gruppo, i Culture Club, George O’Dowd, oltre che come Boy George, ha inciso e prodotto, e continua tuttora a farlo, sotto diversi pseudonimi(Angela Dust) oppure celato dietro progetti collettivi (Jesus Loves YouDubversive) o band solo virtualmente tali, di cui costituisce sempre il componente fondamentale, quando non addirittura l’unico (come nell’ultima trovata, che risponde al nome di The Twin).

Nel 2005, ha pubblicato Straight in Gran Bretagna, il suo secondo libro autobiografico, contenente l’omonimo “Straight EP”, con cinque brani, quattro dei quali inediti e uno (l’intensa ballata “Julian”) già incluso anche nel precedente citato album U Can Never B2 Straight.




Dopo aver vissuto per un paio d’anni Manhattan, dove, il 7 ottobre del 2005, è stato arrestato per sospetto possesso di cocaina ed è comparso in tribunale il 1º febbraio del 2006(BBC Online Report), accusato di possesso di cocaina. L’8 marzo 2006 si è dichiarato colpevole di aver fatto perder tempo alla polizia (lui stesso aveva chiamato la polizia la sera dell’arresto, in evidente stato confusionale dovuto all’uso di stupefacenti, per denunciare un presunto furto mai avvenuto). Le voci sulla sua crisi personale sono avvalorate da diverse notizie: nel maggio 2008 ad esempio il cantante è stato fotografato mentre vendeva magliette a 10 sterline in un mercato rionale di Londra.




Alti, bassi, discese ardite e risalite costellano la vita di George, infatti nella tarda primavera 2008 intraprende una nuova tournée che chiama “Songs that make you dance and cry Boy George Live” in cui il cantante ripropone brani del suo passato con i Culture club e materiale da solista. La tournée, originariamente pianificata con date negli States, America Centrale e Regno Unito (includendo qualche data europea ad alcuni festival estivi) a causa del diniego del visto d’ingresso da parte del governo statunitense, viene circoscritta soltanto a qualche data in centro America mentre le tappe europee rimangono invariate. George non riesce a concretizzare il suo ritorno live, dopo dieci anni di assenza, negli States.




Incassa suo malgrado la sconfitta ma non si perde d’animo. Nel segmento inglese del tour l’artista riceve un buon consenso personale, anche se la voce non è più la stessa ed il fisico appesantito lo rendono una pietosa caricatura di se stesso. Altalenante il responso da parte del pubblico: alcune date sono tutte esaurite, altre vengono annullate a causa della scarsa prevendita di biglietti. Parte dei suoi fan continuano ad amarlo incondizionatamente, altri gli hanno voltato le spalle.

Per nulla turbato, continua a fare ciò che gli riesce meglio: in ottobre immette sul mercato digitale, in ben tre versioni, “Yes we can” il suo nuovo singolo e nello stesso mese il canale via cavo Living TV trasmette in Inghilterra “Living with Boy George” un documentario in cui George mostra la sua quotidianità di persona ed artista, sempre in bilico tra coerenza e contraddizione, genio e sregolatezza. Il cantante è comunque deciso a voler ribadire e rafforzare nei confronti del grande pubblico il suo status di musicista capace e compositore talentuoso.




Annuncia un nuovo tour-nostalgia “Here and now ” insieme ad alcune “vecchie” glorie della scena musicale anni 80 da realizzarsi nel 2009 e partecipa al alcuni show televisivi in Europa accompagnato dalla sua band. In Inghilterra è ospite di numerosi talk show e concede una serie interminabile di interviste ribadendo la sua redenzione: stop definitivo a droghe ed alcool e serio intento di voler esser considerato un artista e non una persona che entra ed esce dalle aule dei tribunali.

Ma nelle aule di un tribunale George ci tornerà presto portando con sé il fardello della condanna: a Londra viene giudicato colpevole di sequestro di persona. Boy George è stato accusato di aver ammanettato ad un letto l’escort gay sieropositivo Audun Carlsen, a suo dire reo di volergli sottrarre foto semi-pornografiche dal computer. Secondo quanto emerge durante il processo George ha colpito l’escort con una catena. Lui si difende dicendo che i suoi erano intenti intimidatori attuati al fine di impedire il presunto furto, il cantante avrebbe legato Carlsen solo per verificare di non esser stato derubato. Viene processato e ritenuto colpevole.




Amareggiato, abbandonato anche dai fan più irriducibili, il cantante afferma di essere comunque sereno e convinto della propria innocenza, decide però di voler cancellare ogni sua apparizione pubblica fino al giorno in cui verrà emessa l’entità della condanna. Ma George è George, ed è ancora una volta il suo spirito contraddittorio a prendere il sopravvento, contrariamente a quanto annunciato, nel dicembre 2008 dichiara di voler tenere i due concerti al Pigalle Club di Londra pianificati prima del processo. A chi gli chiede il perché di questo suo ripensamento, serafico risponde ” È il mio mestiere, perché non farlo?”. Il 16 gennaio 2009 George viene condannato a 15 mesi di reclusione per essere poi rilasciato nel mese di maggio dello stesso anno anche se, per qualche mese, porterà un braccialetto elettronico che ne localizza gli spostamenti. Saldato il debito con la giustizia, sul finire del 2009, George si tuffa a capofitto in una serie di nuovi progetti: incide nuove canzoni, ricomincia i suoi DJ set, lancia nuovi artisti, pianifica concerti, concede interviste e si presta a nuove session fotografiche. L’ennesima rinascita di un artista che, tra mille contraddizioni, rimane un punto di riferimento nella cultura POP moderna. Il 28 ottobre 2013 esce in Inghilterra il suo nuovo album dal titolo This is what I do anticipato dal singolo King of everything.




Nel 2017 realizza una cover di YMCA dei Village People a favore della YMCA australiana.