“Potrebbe andare peggio… potrebbe piovere!

Nonostante abbia oltrepassato il quarantaquattresimo anniversario, Frankenstein Junior diretto da Mel Brooks rimane una delle più divertenti commedie di sempre. Il successo del film, oltre per la sua comicità e gag entrate nella storia, è frutto anche di una buona sceneggiatura e un cast eccelso: dal grande Gene Wilder, vero mattatore del film, allo splendido Marty Feldman, nel ruolo di Igor, a Peter Boyle nel ruolo del Mostro, alla celeberrima Cloris Leachman (purtroppo recentemente scomparsa), Frau Blücher “Iiiiiihhhh!; Teri Garr, la splendida, maliziosa e fintamente ingenua Inga “Rimetta. A. Posto. La. Candela!“; a Madeline Kahn, la cattiva Elizabeth Taffetà caro…; per finire con Kenneth Mars, l’ispettore Kemp con il suo braccio di legno e il monocolo sopra la benda sull’occhio.

Leggiamoci per l’occasione alcune curiosità legate alla pellicola:

La genesi del film

Frankenstein Junior è il quarto film di Brooks, nato però a partire da un’idea di Gene Wilder, che è anche autore della sceneggiatura insieme al regista.

Dopo vari fallimenti al box office, inclusi film oggi considerati dei cult movie (Per favore, non toccate le vecchiette e Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato), Gene Wilder riuscì finalmente a sfondare nel 1972 grazie a un ruolo nel film di Woody Allen, Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere). Fu circa in quel periodo che gli venne in mente l’idea di scrivere un soggetto sul nipote del dr. Frankenstein.

Wilder aveva già scritto delle sceneggiature in passato, che, per sua stessa ammissione, non erano un granché e, mentre era intento a scrivere il copione, venne contattato dal suo agente che gli suggerì  di chiedere a Mel Brooks di occuparsi della regia. 

In un’intervista del 2010 al Los Angeles Times, Brooks raccontò la genesi del film: «Ero nel mezzo delle ultime settimane di riprese per Mezzogiorno e mezzo di fuoco da qualche parte nella Antelope Valley, e Gene Wilder ed io ci stavamo facendo una tazza di caffè quando lui mi disse che poteva esserci un altro Frankenstein. Io dissi: “Non un altro ancora! abbiamo avuto il figlio di, il cugino di, il cognato di. Non abbiamo bisogno di un altro Frankenstein!” La sua idea era semplice: Cosa sarebbe successo se il nipote del dottor Frankenstein non avesse voluto aver niente a che fare con il suo illustre antenato. Anzi, provasse vergogna di questa parentela. Dissi: “Questo sì che sarebbe divertente”».

SI PUÒ FAREEEE!!!

Convintosi a dirigere il film, dopo aver collaborato con Wilder per completare il copione, Brooks chiese un budget di almeno 2,3 milioni di dollari per la sua realizzazione alla Columbia che, concedendogliene solo 1,7 milioni, spinse Brooks a rivolgersi alla 20th Century Fox la quale accettò di finanziare l’opera con un budget maggiore facendo firmare un contratto di esclusiva a Wilder e Brooks per un periodo di cinque anni.

Il cervello che Igor viene incaricato di rubare è indicato essere quello di un tale “Hans Delbrück, scienziato e santo”. Nella vita reale, è esistito un vero Hans Delbrück, politico e storico militare vissuto nel diciannovesimo secolo, il cui figlio, Max Delbrück, fu un biochimico premio Nobel nel ventesimo secolo.

Il nome Blücher

Ogni volta che viene menzionato il nome di Frau Blücher, i cavalli nitriscono come se ne fossero spaventati. Molti spettatori di lingua inglese erroneamente credettero che “blücher” fosse la traduzione di “glue”, “colla”, in tedesco; tuttavia, in tedesco Blücher non significa affatto “colla” ed è invece un cognome abbastanza comune in Germania.  Nel corso di un’intervista del 2000, Brooks suggerì che il gioco di parole sul quale si fonda la gag fosse basato proprio su questo errore di traduzione, che aveva sentito da qualcuno. Cloris Leachman, l’attrice che impersonò Frau Blücher nel film, confermò questa versione dei fatti affermando come Mel Brooks le avesse svelato la ragione per la quale il suo personaggio venne chiamato Blücher. Nel commento audio dell’edizione in DVD, Mel Brooks spiega che i cavalli nitriscono terrorizzati al solo sentir nominare Frau Blücher perché ella è un personaggio crudele: «Sono terrorizzati da lei; Dio solo sa cosa fa loro quando non c’è nessuno in giro».

Walk This Way

Quando il film uscì nei cinema, il gruppo rock Aerosmith stava lavorando al proprio terzo album di studio. I membri della band avevano composto la musica di un pezzo ma non riuscivano a trovare un testo che si adattasse alla melodia. Dopo un po’, decisero di fare una pausa per assistere a una proiezione serale di Frankenstein Junior, dove la battuta di Igor «segua i miei passi» (in originale “walk this way”) fornì l’ispirazione per il testo della canzone Walk This Way.

La gobba di Igor è stata resa con un’imbottitura per simulare la gravidanza.

Campione d’incassi nel 1975, la pellicola si rifà in senso parodistico al romanzo di Mary Shelley e agli altri celebri film da esso ispirati, che hanno come capostipite Frankenstein di James Whale del 1931. Il film è interamente girato in bianco e nero, adottando una fotografia e uno stile anni trenta, giocando anche sulle transizioni tra una scena e l’altra proprio per riprendere anche esteticamente i toni del film di Whale. Questo risultato è stato raggiunto utilizzando perfino gli attrezzi di scena del film originale, ricollocati nelle stesse posizioni e negli identici studi di ripresa.

Nel 2000 l’AFI l’ha inserito al tredicesimo posto nella classifica delle migliori cento commedie americane di tutti i tempi. 

Lupo ululà, castello ululì

In Italia il film arrivò solo nell’agosto del 1975 con un doppiaggio semplicemente perfetto, capitanato da Oreste Lionello.
Alcuni dialoghi erano giochi di parole intraducibili in italiano, ma sono riusciti comunque ad adattarli e, addirittura, uno di questi è migliore in italiano che in inglese: Lupo ululà, castello ululì“.
In originale il dialogo è incentrato sulle parole Werewolf (Lupo Mannaro) e Where Wolf (dov’è il lupo?), che si pronunciano allo stesso modo, e alla fine Igor dice: “There wolf, there castle.“, là c’è il lupo, là c’è il castello.

In Italia risulta essere, con 500.000 copie vendute, il DVD classico di maggior successo della storia dell’home video.