«Ho vissuto quel film, ‘Al Bar dello Sport’, come una sorta di vendetta, una vendetta buona, del Sud sul Nord. Attraverso il Totocalcio si ribaltava la vita di questo poveraccio. C’era un prima e un dopo. Ricordiamoci che quella era ancora la Torino che disprezzava noi meridionali, e la schedina era l’unico passaggio possibile per cambiare le cose».





Lino Banfi torna a parlare su Il Mattino della pellicola cult del 1983, ambientata a Torino, in cui è protagonista insieme a Jerry Calà in formissima, nei panni del muto Parola (la regia è di Francesco Massaro, co-sceneggiatori Enrico Vanzina ed Enrico Oldoini).



«Tutta l’ostilità della città spariva con la vincita, dopo “la Mole di Antonello” come la chiamavo nel film  diventa un luogo di accoglienza e non più di distanza. Ricordo le mie preghiere durante le partite, come un pezzo di cinema davvero divertente. Ricordo le battute con la “Madonna dell’Incoroneta” o con cose che inventavo al momento come “Madonna benedetta della ribalta di Cerignola fai segnare il gol ai viola” per un rigore dato alla Fiorentina.il mescolarsi di euforia e paura, l’andamento dei risultati metteva a rischio le coronarie e non per il tifo, e in quella frazione di tempo domenicale raccontava più delle carte d’identità»