Nathaly Caldonazzo, concorrente al GF Vip di quest’anno, ha ricordato nella puntata andata in onda ieri sera la sua storia d’amore con Massimo Troisi, con il quale ha vissuto gli ultimi due anni di vita, prima della sua prematura morte avvenuta il 4 giugno 1994.

L’ex modella e attrice, incalzata dalle domande di Signorini, ha raccontato tutto, dal loro primo incontro, ai loro bellissimi viaggi, fino ai mesi bui trascorsi in ospedale prima della morte.

Su come si sono incontrati, ha detto:

Massimo è stato il secondo mio grande amore della vita. Ci siamo conosciuti in un ristorante a Roma dove mi trovavo con una mia amica. Lui mangiava e mi guardava tutto il tempo. Io avevo visto i suoi film, ma lo capivo poco, mi dava quasi fastidio anche il suo accento. Non ero così folgorata. Poi uscendo dal ristornate ci siamo salutati, lui ha chiesto al proprietario il mio nome. Ma all’epoca non riusciva a trovarmi perché il mio nome Caldonazzo non risultava, avevo ancora quello di mia madre Snell. Poi un suo amico si mise con la parrucchiera di mia sorella, che abitava di fronte casa mia. Ottenne il mio numero e mi invitò per un caffè a casa sua. Quando ci andai, mi aprì un uomo affascinante, alto, con due spalle larghe, aveva una T-Shirt semplice e dei jeans.

Da lì nacque una profonda storia d’amore, che li portò a viaggiare per tutto il mondo:

Il primo anno fu meraviglioso, pieno di viaggi: andammo in Costarica, Los Angeles, Miami. Poi lui cominciò un po’ a dimenticarsi delle medicine, era sempre più affaticato. Sapevo della sua malattia cardiaca, quando gli stavi vicino si sentiva un ticchettio nel suo cuore, come una sveglia. Mi spiegò che a 18 anni gli si era fermato il cuore e tutto il paese aveva fatto una colletta per farlo operare in America, a Houston.

Seguirono anni di forte declino, condizionato dal cuore sempre più debole di Massimo. Di quel periodo, racconta la Caldonazzo:

Proprio durante il nostro viaggio in America, decidemmo di tornare a Houston per parlare con l’ospedale che lo aveva operato anni prima. Il medico gli disse che non stava messo bene, che aveva il cuore di un settantenne, pieno di cicatrici. Gli suggerì di operarsi e Massimo decise di farlo là. L’operazione non andò bene, aveva avuto un infarto sotto i ferri. Rimanemmo un mese e mezzo chiusi in ospedale, io non avevo il coraggio di dirgli dell’infarto, entravo nella sua stanza e facevo fatica a non piangere. Non riuscivamo a tornare in Italia perché non ce la faceva. Ci riuscì dopo un mese e mezzo con le bombole. Voleva fare a tutti i costi Il Postino. Ed è quello che finì per fare: quel film lo ha praticamente ucciso.

Sul finire, le è stato chiesto l’ultimo ricordo che ha di Massimo:

Festeggiammo il mio compleanno il 24 maggio, lui aveva la morte in faccia. Era caduto in una forte depressione da cui era difficile tirarlo fuori. Mi disse che Neruda aveva trovato una frase che descriveva la sua condizione. Era “Il depresso è come un prigioniero con la porta aperta”.

Lui manca proprio come essere umano, come persona. Con la sua complicità aveva sempre preso di mira se stesso, le proprie debolezze. Era molto umile e grandioso.

Potete guardare il video del suo racconto CLICCANDO QUA.

 

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