Era il più atteso, il più chiacchierato, il più discusso. Abbiamo visto anche noi, in anteprima alla 75esima Mostra di Venezia, il nuovo film di Luca Guadagnino: il remake di Suspiria. “Conoscere il passato per capire il presente”, e allora parliamo un po di quello di Dario Argento.




Un frame dal Suspiria di Argento

Il film del 1977 è molto lineare e facile da seguire: una ragazza entra in un accademia di danza occupata da delle streghe. Lo svolgersi della storia rimane molto comprensibile allo spettatore, visto che veniamo a conoscenza di misteri e personaggi insieme alla protagonista. Escludendo il reparto tecnico eccezionale del film, con una fotografia e scenografia da far venire i brividi (per lo stupore in questo caso), Suspiria di Argento non è invecchiato benissimo, e lo si può vedere dalla recitazione o da alcuni effetti speciali, anche se tiene intatta l’atmosfera, che poi alla fine è il punto di forza del film: si perché Suspiria infondo non è altro che un incubo, un continuo viaggio verso l’orrido, l’odio, la rabbia e la cattiveria più pura. Ci ritroviamo ora, nel 2018, con in mano un remake coraggioso da parte di Guadagnino: ecco, di facile e lineare in questo film non c’è nulla, quasi niente. Il regista ha deciso di ampliare le tematiche del vecchio film, mettendo una lente d’ingrandimento sulla danza e sulle streghe, svolgendo il film a Berlino (sempre nel 1977), inserendo addirittura una sotto trama politica. Una regia convincente, che conosce il mondo della danza facendola sentire viva nella testa dello spettatore. Una regia che parla con le facce senza avvicinarsi troppo. Una fotografia che al contrario della visione di Argento, spegne l’interruttore in questa fredda Germania. Tilda Swinton, nel ruolo di Madame Blanc, spicca su tutte soprattutto grazie al suo volto cosi inquietante, quasi androgino, perfettamente funzionante. Il film cammina, non corre mai: nella prima metà potrebbe stancare, ma quando si entra nella regolarità del ritmo da meno fastidio. “Si ma è più bello o no?




Domanda più sbagliata non si poteva fare. Del film di Dario Argento ha solamente l’accademia, le streghe e il titolo. Guadagnino reinterpreta in maniera ambiziosa (anche troppo) i messaggi della vecchia pellicola. Un film dove il ballo diventa protagonista, e la sensualità, i gesti del corpo, abbracciano lo spettatore stringendolo fortemente. Il corpo umano come arma per uccidere (questa frase verrà messa in scena con una sequenza deliziosamente horror). Il film viaggia su un binario serio, bilanciato, dove sorprendentemente in qualche sprazzo regala chicche al limite del fantasy horror (Del Toro style). Purtroppo però, questo ribaltamento completo della visione delle cose, spiazzerà sicuramente chi entrerà in sala con l’idea di vedere un remake. Questo è il Suspiria di Guadagnino, non di Dario Argento raccontato da Guadagnino. Apprezzata la piccola comparsata dell’attrice protagonista del 1977, ovviamente non nello stesso ruolo. Chiuso questo confronto, il film s’intreccia esageratamente con se stesso, confondendo troppo chi lo guarda. Nel cinema non tutto deve essere esplicito e chiaro, ma quando la trama si confonde con altre sottotrame, è difficile poi giudicare, e quando si perde la bussola, etichettare il film come “brutto” è la scappatoia più facile. Tutto questo per dire che Suspiria è un film ben realizzato tecnicamente, che tiene all’interno momenti di grande Cinema (horror, drammatico o fantasy che sia) ma doveva abbassare un po l’asticella; se voli troppo vicino al sole finisci per bruciarti, e Suspiria di fumo ne fa, visto che c’è una chiara sopravvalutazione imprudente delle proprie capacità (in fase di sceneggiatura). Un remake però fatto con la testa, che non tocca Dario Argento e che vive di vita propria, e già questo è più che un complimento di questi tempi.